PERSONAGGI
Proseguono le interviste ai clienti delle banche del Gruppo Sul set con Pupi Avati.
Bologna. E' il Direttore Generale del Credito Artigiano ad accompagnarci da Pupi Avati, al quale è legato da un rapporto di solida amicizia. Arriviamo al Teatro Comunale di Bologna alle 15,30 di mercoledì 7 luglio. Antonio, fratello del regista, ci fa entrare dal retro del teatro e ci accompagna direttamente sul set, nella sala dove si sta riprendendo la scena finale del film "Ma quando arrivano le ragazze?", prossimamente nei cinema.
Sul palco Nick (l'attore Claudio Santamaria) suona la tromba accompagnato da un'orchestra niente male…
"Sedetevi, sedetevi un attimo" ci dice Antonio. Siamo lì, tra le comparse, tra il "finto pubblico" del film…Quando Nick smette di suonare, Pupi Avati, che si muove avanti e indietro sulla scena, si sbraccia, richiama, fa strani segni, dà il segnale di applaudire...applaudiamo anche noi, siamo nel film!!
Antonio fa cenno che siamo arrivati, Pupi ordina un break e ci viene incontro. Saluti e abbracci col Direttore Generale, e poi il regista è "tutto per noi".
- Maestro, da giovane suonava il clarinetto in una banda jazz con Lucio Dalla, storia che poi riprende in questo suo ultimo film, molto autobiografico. Una storia difficile, quella col jazz…
Molto difficile. Non avevo un grande talento musicale. Nella mia band Lucio Dalla e gli altri ragazzi erano bravissimi, avevano una facilità enorme a improvvisare e nell'andare dei mesi e degli anni miglioravano continuamente, con facilità, senza applicarsi.
Io invece studiavo, riprovavo, mi esercitavo, ma continuavo a stentare, a "balbettare", e non solo non progredivo, peggioravo addirittura…ero arrivato al punto che per non sbagliare, tanto era il panico, fingevo di suonare.. decisi allora, in preda a una grossa frustrazione, di farla finita col jazz.
- Le sue biografie raccontano che poi lei andò a lavorare alla Findus. Come arrivò a fare il regista?
Fu determinante l'influenza del regista Vancini, a Ferrara, ma fu soprattutto un film, 8 e mezzo di Fellini, a indurmi a intraprendere la carriera cinematografica: un vero capolavoro, dove la figura del regista è centrale e dalla quale emerge tutto il suo potenziale espressivo. Prima di allora pensavo che nel cinema il ruolo principale lo svolgessero gli attori, le star holliwoodiane e che il regista fosse un semplice organizzatore, un "direttore del traffico", una sorta di vigile urbano.
- In molti suoi film lei ritrae un'umanità dolente e sconsolata, in preda all'amarezza e al cinismo..è l'immagine della nostra società odierna?
Per fortuna la società odierna non è solo così. Sarebbe molto grave se noi raccontassimo ai nostri ragazzi che il mondo è solo un coacervo di negatività. E' vero però che oggi, più di ieri, trionfa il tornaconto personale e si perseguono spesso obiettivi banali, anche un po' volgari. Nelle stagioni in cui ero ragazzo eravamo legittimati un po'di più a sognare, eravamo più ingenui, più capaci di stupirci. I giovani oggi partono invece con una forte carica rinunciataria, inibiti soprattutto dagli adulti e dal mondo dei media che comunica continuamente negatività, che uccide le speranze.
- I film cosiddetti "impegnati" sono spesso anche i più ideologici, in cui il regista cede alla tentazione di imporre la sua visione del mondo. Si ha l'impressione che il suo cinema sia invece più sociologico che didascalico e che rifugga da intenti "pedagogici"…
Il mio cinema non ha intenti pedagogici, non mi ritengo depositario di verità. Io sono soltanto un testimone di quella che è stata la mia esperienza su questa terra in 65 anni e, attraverso i film, racconto quello che ho visto e capito…e sempre dal punto di vista di uno che oggi verrebbe definito "sfigato", di uno che ha una gran voglia di tirar fuori la testa, di farcela, di accedere alla felicità, ma poi c'è sempre chi gli dice "aspetta, ferma, non tocca ancora a te". Uno però che attende, e tutte le sere, quando va a letto, si dice che forse domani le cose cambieranno, miglioreranno. Siccome la maggior parte della gente è così, è di questa "maggioranza silenziosa", a cui il cinema non si rivolge mai, che mi occupo nei miei film.
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- In "Magnificat" e ne "I cavalieri che fecero l'impresa" lei affronta tematiche religiose. Quanto ha influito la sua formazione cattolica sulle sue opere?
E' stata fondamentale. Sono nato in campagna, ho passato i primi cinque anni della mia vita a Sasso Marconi e ho avuto un'educazione religiosa anche di tipo scaramantico, magico, superstizioso, da cui non ho mai preso le distanze.
Anzi, ho cercato di mantenerla sempre viva dentro di me, con tutti i dubbi e le perplessità che una fede suscita.
Nei riguardi della mia religiosità io sono assolutamente riconoscente perché mi ha dato modo di allargare l'angolo di visuale del mondo, di non limitarlo alla razionalità e alla concretezza, alle convenienze e ai tornaconti, e di pensare che c'è sempre qualcosa che va oltre, anche la ragione. Se mi fossi comportato, ad esempio, secondo i termini di ragionevolezza, io non avrei mai fatto il regista, avrei continuato a lavorare alla Findus.
Quando decisi di dedicarmi al cinema, solo mia madre mi disse "fai bene", per tutti gli altri non ero che un pazzo che abbandonava una promettente carriera nei surgelati.
- Quali registi considera i suoi maestri?
Fellini, un grande maestro e una straordianaria persona. Gli sono stato vicino anche negli ultimi anni della sua vita, quando era malato, e ho potuto constatare il modo umiliante in cui veniva trattato questo genio assoluto, quando anche i "potenti" gli si negavano, le segretarie gli dicevano "il dottore è in riunione, non può risponderle...". Lì ho capito che anche per i grandissimi uomini l'uscita di scena è sempre un momento molto doloroso.
Poi ci sono i grandi registi dell'immaginario, John Ford e Frank Capra. Tra i registi italiani ho amato tantissimo Vittorio De Sica che mi ha insegnato molte cose, persino sul rapporto con gli attori.
Direi che tutti i miei riferimenti sono verso "i classici" piuttosto che verso il cinema di oggi, anche perché io ho un grosso difetto: non vado al cinema.
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"Ma quando arrivano le ragazze?" un film autobiografico.
Pupi Avati lo definisce Il film più autobiografico della sua carriera. La storia ha per protagonisti Nick (Claudio Santamaria), e Gianca (Paolo Briguglia), due ventenni bolognesi che hanno in comune l'amicizia e l'amore per la musica. Uno "sfonderà" e diventerà un jazzista di successo, l'altro dovrà arrendersi alla propria incapacità artistica e troverà conforto nell'amore, sia pure problematico, di Francesca (Vittoria Puccini, diventata famosa grazie al serial Tv Elisa di Rivombrosa).
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