PERSONAGGI
Intervista a Ivan Ramiro Cordoba, difensore dell'Inter F.C.
UN CAMPIONE DI SOLIDARIETÀ.
Appiano Gentile (Como). Incontriamo Ivan Ramiro Cordoba alla Pinetina, sede degli allenamenti dell'Inter. Tranquillità assoluta, nel silenzio della campagna. Il grintoso difensore nerazzurro, un "mastino" sul campo da gioco, si presenta sorridente, cordialissimo, mite nei modi e nel carattere. Dopo i convenevoli e alcuni scambi di battute, ci fa accomodare in un salottino per le interviste. "Diamoci del tu", esordisce, per metterci a nostro agio. Cordoba è uno stimato cliente del Credito Valtellinese.
- Ivan, tu nasci nel 1976 a Medellin, in Colombia. Quando hai iniziato a giocare a pallone?
Da ragazzino, i primi calci al pallone li ho tirati con mio papà. A 9 anni ho iniziato a giocare nella squadretta del paese dove vivevo. Mi allenavo tutti i sabati, ma non mi facevano giocare mai. Fortunatamente mio padre, nominato direttore di filiale di una banca, dovette trasferirsi con la famiglia in un altro paese. Nella nuova squadra mi trovai benissimo, giocai 9 anni, fino ad arrivare in serie B, dove rimasi per altri 3 anni. Poi passai al Nacional di Medellin, in serie A, e successivamente al San Lorenzo, squadra argentina. Nel '97 sono entrato a far parte della Nazionale colombiana con la quale ho partecipato al mondiale del '98. Infine sono approdato all'Inter.
- Com'è stato il primo impatto con il calcio italiano?
Straordinario. Accadde tutto molto velocemente. Arrivai in Italia il 27 dicembre 1999, il 28 dovevo già allenarmi… ricordo che c'era un freddo incredibile, al quale non ero abituato. La prima partita la giocai il 6 gennaio: San Siro era "pieno", uno spettacolo! Dovevamo affrontare il Perugia, vincemmo 5-0! E' stato bellissimo.
- Ti sei trovato subito in sintonia col nostro calcio?
Sì, anche se ho trovato grosse differenze rispetto al calcio argentino e colombiano, dove si dà più importanza al gioco, i ritmi sono più "rilassati". Qui è tutto tattica, moduli, si gioca in spazi piccoli… per me il calcio italiano è il più difficile al mondo.
- Qual è il motivo maggiore di stress? La stampa sportiva, le troppe partite, fare panchina?
I ritiri, davvero troppi, che mi allontanano continuamente dalla famiglia. "A conti fatti", tra campionato e coppe europee, sei a casa solo 6 giorni al mese. Nel calcio inglese i giocatori arrivano il giorno stesso sul luogo della partita: mangiano, riposano e giocano. Stress per la stampa? Basta non leggerla...
- Quanti figli hai?
Due bambine, Maria Paloma di 5 anni e Maria Belen di 2, entrambe nate a Como. Abitiamo a Cassina Rizzardi, un posto ideale per vivere, sia per me, che sono distante 5 minuti dalla sede degli allenamenti, sia per loro, che possono godere di un ambiente tranquillo, nel verde. Quando ho tempo affitto una barca e le porto a fare un giro sul lago.
- Sei molto impegnato, insieme a tua moglie, in iniziative di solidarietà a favore della popolazione povera della Colombia. Ci racconti questa attività?
Io e mia moglie Maria Isabel abbiamo sempre aiutato, privatamente, la gente bisognosa della Colombia, come forma di ringraziamento a Dio per tutto il bene che ci ha dato. Poi due anni fa abbiamo deciso di impegnarci in un progetto a favore di anziani e bambini dando vita alla Fondazione Colombia Te Quiere Ver. Scopo principale è raccogliere fondi, qui in Italia, per finanziare iniziative che poi vengono realizzate in collaborazione con associazioni benefiche che operano "fisicamente" in Colombia. Abbiamo già fatto molte cose, anche grazie all'aiuto di un infermiere del San Raffaele, Diego Posso. Con la collaborazione di alcuni giocatori e di un tifoso dell'Inter, l'anno scorso abbiamo inviato dei container con attrezzature ospedaliere, indumenti, beni di prima necessità per aiutare le popolazioni colpite da una forte alluvione. Abbiamo anche realizzato una grande asta benefica con oltre 30 magliette autografate dai più famosi giocatori di calcio del mondo, raccogliendo più di 75 mila dollari.
Tra le cose più belle c'è sicuramente la campagna di assistenza medica "La Speranza" realizzata, nel giugno dello scorso anno, sulla costa pacifica della Colombia. Abbiamo attrezzato una barca di 25 metri, ferma da 10 anni, con ambulatori, lettini per le visite, armadi con farmaci, una sala odontoiatrica. Con medici, dentisti, infermieri italiani e colombiani la barca è risalita lungo il fiume San Juan attraccando in prossimità di villaggi mai visitati prima da un dottore. Durante il viaggio, durato 10 giorni, è stata prestata assistenza alla popolazione indigena e afroamericana, attraversando anche zone pericolose per la guerriglia. Per questo eravamo scortati dai militari, che tenevamo a distanza perché volevamo aiutare tutti, anche i famigliari dei guerriglieri che avessero avuto bisogno. Mi hanno raccontato di un villaggio di 200 persone dove in 6 mesi erano già morti 12 bambini. La missione ha avuto un tale successo che abbiamo deciso di replicarla, lo scorso mese di novembre, nella parte sud del Pacifico.
- Torniamo al calcio. Può essere un valido mezzo di educazione dei giovani ma può anche ingenerare falsi modelli e falsi miti. Eppoi c'è il problema della violenza negli stadi. Come calciatore, senti una responsabilità verso le giovani generazioni?
Si, anche se a volte è difficile, in uno sport così agonistico, dove è forte la voglia di vincere, evitare gli scontri fisici. Le botte si danno e si prendono. L'importante però è che ci sia lealtà. Il calcio deve rimanere un divertimento, uno sport, e noi giocatori dovremmo stare più attenti a come ci comportiamo in campo, evitare "le manate", le scene che esasperano i tifosi. Credo che bisognerebbe, tutti noi, essere più corretti con gli avversari.
- Cosa ti piace, e non ti piace, del calcio italiano?
E' un calcio prestigioso, qualsiasi giocatore vorrebbe giocare in Italia, e questo vuol dire tutto. Il dato negativo è rappresentato dai troppi interessi economici che gravitano attorno al mondo del pallone e che impongono l'imperativo di giocare più partite possibili, a scapito del bel calcio e anche del senso più genuino dello sport.
- Sei un difensore molto grintoso. Quale attaccante del campionato italiano ti ha fatto più soffrire?
Non essendo molto possente fisicamente, dovrei dire attaccanti dalla stazza di Vieri, di Adriano, che fortunatamente gioca con me. Invece è stato Shevchenko il giocatore che ho marcato con più difficoltà.
- Cosa farai quando finirai di giocare?
Vorrei rimanere legato in qualche modo al mondo del calcio, far fruttare l'esperienza che ho maturato in questi anni, non come allenatore però, non mi ci vedo...
Vorrei soprattutto avere una vita normale, senza le luci della ribalta, e dedicarmi di più alla famiglia. Non mi interessa la fama, apparire in Tv.
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