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Cartografia antica della Rezia, Valtellina Valchiavenna e Grigioni
Sede: Galleria Credito Valtellinese, Piazza Quadrivio 8
Durata: 10 marzo - 29 aprile 2006
Prorogata al 6 maggio
Orari: da lunedì a venerdì ore 9.00-12.00, 14.30-18.30;
sabato 9.00-12.00
Domenica e festivi chiuso
Ingresso: libero
Contatti: Galleria Credito Valtellinese, tel. 0342.522.738
Visite guidate per scuole e gruppi ogni lunedì su prenotazione al numero 0342.522.645
 
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Mostra patrocinata dal Comune di Sondrio  comune di Sondrio

La mostra, patrocinata dal Comune di Sondrio, comprende circa 50 cartografie d’epoca dal tardo ‘500 al XX secolo, provenienti in parte dalla collezione Credito Valtellinese ed in parte da collezioni private; viene offerta quindi la possibilità di ammirare opere molto interessanti e non sempre accessibili al pubblico oltre che valorizzare parte del patrimonio artistico del Gruppo.

L'esposizione è accompagnata da un pieghevole con la riproduzione di 10 carte e soggetti grafici marginali con testo critico di Guido Scaramellini.

Mostra sulla cartografia di Valtellina e Valchiavenna
Guido Scaramellini

La cartografia fu strumento importante per l'uomo, che sentì l'esigenza di riassumere e rendere visibile in poco spazio l'enormemente grande, ma anche uno spazio delimitato, per capire dove si trovava, che cosa aveva intorno. Con il passare dei secoli, ovviamente, sono aumentati e mutati di volta in volta gli scopi, diventando le carte geografiche documento di governo, di amministrazione, di commercio, di guerra, di decisioni politiche, di viaggio, ma sempre sulla spinta di ciò che ha animato l'umanità, cioè la voglia di conoscere.
Le origini delle rappresentazioni geografiche risalgono ai babilonesi, ma è con Tolomeo, geografo greco-egiziano del secondo secolo dopo Cristo, che nasce la cartografia moderna. Per la nostra zona si conosce una prima carta, poco più di un disegno, che interessa solo la Valchiavenna: è la Tabula peutingeriana, una copia del XII o XIII secolo di un "itinerarium pictum" dell'età imperiale romana, in cui figurano Clavenna e Tarvessedo (una località che viene identificata con Campodolcino o Isola o Madesimo).

Cartografia antica della Rezia, Valtellina Valchiavenna e Grigioni Tuttavia l'editoria cartografica fece i primi passi, in seguito alla scoperta della stampa, tra la fine del XV secolo e l'inizio del XVI a Firenze, mentre poco prima del 1530 Roma e Venezia ne divennero i centri principali. Nel 1477 veniva edita per la prima volta in Italia l'opera di Tolomeo, che diffuse il concetto della sfericità della terra. Bisognerà invece aspettare fino al secolo successivo per trovare una cartografia regionale, quindi relativa anche alla terra posta al confine settentrionale d'Italia. Si comincia nel 1528 con la carta di Egidio Tschudi, che rappresenta la Rezia in modo sommario, ma già in quel secolo il disegno si va affinando, grazie al Settala, all'Ortelio e al Mercatore ad Anversa, al Gastaldi a Venezia.

Politicamente Valtellina e Valchiavenna, dopo secoli di appartenenza al vescovo di Como per concessione imperiale, erano passate nel 1335 sotto il ducato di Milano, con i Visconti prima e gli Sforza poi. Al primo dodicennio del '500 sotto il dominio dei Francesi, che avevano sconfitto Ludovico il Moro, seguirono i Grigioni, che da meno di un secolo si erano costituiti in repubblica, unendo tre leghe: quella grigia con capoluogo Ilanz, quella Caddea o Casa di Dio con centro Coira e quella delle dieci Giurisdizioni gravitante attorno a Davos.

Dal punto di vista cartografico, modesta è per Valtellina e Valchiavenna la produzione nel '500 soprattutto perché siamo ai primordi di questa scienza. Vanno comunque segnalate, oltre alla citata carta dello Tschudi, quelle di Iacopo Gastaldi, nelle quali le nostre valli figurano insieme ad altre terre del nord e dell'est d'Europa.
È invece nel '600 che fioriscono le carte geografiche specifiche. Nel 1616 corredano il volume "Raetia" di Giovanni Guler von Weinegg, uscito in tedesco a Zurigo, uno dei libri fondamentali per la storia dei Grigioni, ma anche delle terre suddite. Due anni dopo, nel 1618, l'anno della distruzione di Piuro e dell'inizio della guerra dei Trent'anni, è la volta della carta compilata da Filippo Cluverio (come viene tradotto in italiano il nome di Philipp Clüver, famoso umanista e geografo attivo a Leida) insieme con Fortunato Sprecher, che in quell'anno era al primo biennio di commissario a Chiavenna e che è giustamente considerato uno dei primi e più importanti storici grigioni. La carta costituisce un salto di qualità rispetto a quante l'avevano preceduta e avrà perciò la fortuna di varie riedizioni.

Cartografia antica della Rezia, Valtellina Valchiavenna e Grigioni Il 19 luglio del 1620 scoppiava il cosiddetto Sacro Macello o insurrezione valtellinese, in seguito alla quale Valtellina e Valchiavenna, tolte temporaneamente ai Grigioni, furono contese, come corridoio verso l'Europa, tra la Spagna che aveva il ducato di Milano, il cui confine era al forte di Fuentes, e la Francia, alleata con i Grigioni e con la repubblica di Venezia. Per quel ventennio in cui le nostre valli furono teatro di battaglie e di incursioni si rese necessario, a supporto delle varie spedizioni, disporre di una aggiornata cartografia del territorio. Così il 21 settembre di quello stesso 1620, dopo soli due mesi dalla sanguinosa insurrezione, l'ing. Giovanni Leo Rinaldi detto il Tolomeo firmava a Sondrio una nuova carta della Valtellina e della Valchiavenna, incisa in rame a Milano il 2 novembre seguente da Cesare Bassano, con sette fortificazioni elencate in legenda, e dedicata al capitano Giovanni Guicciardi, luogotenente generale della Valtellina. Seguirono l'anno dopo il "vero disegnio" delle due valli, inciso in terra germanica, di cui abbiamo alcune varianti, e un altro dedicato da Giovan Paolo Bianchi all'ambasciatore di Mantova. Una carta è significativamente offerta dallo stampatore Francesco Valesio di Venezia al suo doge Antonio Priuli, che aveva voluto la strada di comunicazione con la Valtellina attraverso il passo di San Marco. L'elenco a questo punto si fa lungo, essendo la prima metà del '600 il periodo più fiorente per la cartografia di casa nostra: si va dal Cluverio di Leida a Giovanni Ardeiser di Basilea, da Melchiorre Tavernier di Parigi a Hans Conrad Schnierl ecc.
La produzione si acquietò, invece, nel '700, quando gli attriti si erano attenuati e la situazione si era normalizzata, anche se negli ultimi decenni del secolo coverà il malcontento per il governo grigione soprattutto a causa delle prepotenze di alcune famiglie, come i Salis, il che porterà ad accogliere Napoleone come liberatore. Insieme a quelle strettamente geografiche furono redatte carte a carattere celebrativo, come le conquiste del francese marchese di Coeuvres e, più tardi, le spedizioni dell'armata grigione e le campagne francesi di inizio '800. Carte furono dedicate, tra le altre, al fiume Mera da parte dell'olandese Pietro van der Aa nel 1723 e ai confini del 1764 tra lo stato di Milano, allora dominio austriaco, e Valtellina e Valchiavenna sotto i Grigioni.

Nell'800, dopoché le due valli erano state affidate dal congresso di Vienna all'Austria sotto il regno lombardo-veneto, comparve la cartografia per uso commerciale, alpinistico e turistico, insieme a quella dedicata ad opere realizzate e da realizzare, come quelle relative alle carrozzabili austriache dello Spluga e dello Stelvio nel secondo e terzo decennio dell'800 o alla rettifica dell'alveo dell'Adda nel Pian di Spagna, progettata nel 1846 e attuata dodici anni dopo o, ancora, ai progetti di ferrovia del Settimo e dello Spluga, rimasti solo sulla carta. Quanto alla tecnica di stampa, si comincia nel '500 con la xilografia, mediante l'impiego di una tavoletta di legno affumicata per rendere più visibile il segno, oppure lo stesso, disegnato su carta, è incollato sopra la tavola, che quindi viene incisa. Ma la tecnica più diffusa è quella della lastra di rame. Quando quest'ultima è protetta da un fondo poroso, attraverso il quale penetra l'acido che incide il metallo nelle parti non protette, si ha l'acquatinta. Se alla lastra si dà una durezza uniforme con una sottile pellicola protettiva per evitarne il logoramento nello stampare le varie copie, si dice acciaiatura o semplicemente acciaio. Ma nell'800 è soprattutto la litografia a imporsi: essa prevede l'impiego di una pietra calcarea su cui si disegna con una matita grassa; inchiostrata con un rullo, la pietra assorbe l'acqua, mentre l'inchiostro grasso aderisce solo ai segni tracciati dalla matita. Oggi si continua a parlare di litografia, anche se si usa una lastra metallica sottoposta a procedimenti fotomeccanici e montata per la stampa su cilindri rotatori.

Sul finire del secolo si fece avanti la zincografia che utilizzava una lastra di rame sottoposta a procedimenti fotomeccanici e che ha portato ai clichés per la stampa in piano, oggi soppiantati dalla moderna litografia. Si può quindi immaginare il complesso lavoro che c'è dietro ad ognuna di queste carte, soprattutto a quelle che costituiscono il modello al quale molti hanno attinto per le loro rappresentazioni, in mancanza di norme di tutela. Innanzi tutto c'era la rilevazione sul posto, che presupponeva molte conoscenze e una collaudata esperienza, oltre ai viaggi e al tempo necessario. Poi veniva la stesura definitiva del disegno, quindi il suo trasporto sulla lastra che richiedeva l'incisione in maniera speculare, in modo cioè che la rappresentazione e le parole, una volta stampate, fossero lette da sinistra verso destra.

Né va dimenticata, ai giorni nostri, la fatica del collezionista nella ricerca, attenta e paziente, delle carte per ricomporre un mosaico che nei secoli era andato disperdendosi. In questo caso il merito va al Credito Valtellinese e a tutti i collezionisti prestatori delle stampe esposte in mostra, in particolare ad Oscar Sceffer, di cui è in progetto la pubblicazione in un volume che costituirà un importante strumento per i ricercatori, per gli studiosi, ma anche per semplici appassionati.

 


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