La Galleria Gruppo Credito Valtellinese e la Fnac presentano
La fotografia in 5 domande
Informare? Illustrare ? Viaggiare ? Indagare ? Osservare?
(In occasione dei 15 anni dell'Agenzia VU)
Informare ? Illustrare ? Viaggiare ? Indagare ? Osservare ? Questi sono i cinque temi che fanno da filo conduttore della mostra, cinque interrogativi che sono al centro della problematica della nostra società, cinque punti di vista per affrontare i vari aspetti di una visione contemporanea attraverso l'immagine fotografica.
E' il punto di partenza scelto da Christian Caujolle, Laura Serani e Marion Scemama, curatori della mostra, per interrogarsi sul mondo, attingendo al repertorio fotografico dell'agenzia VU. Grazie ad uno sguardo costante sul mondo, Vu ci offre un panorama sfolgorante e una varietà di immagini, selezionate al fine di mettere in risalto lo sguardo del fotografo, privilegiando l'impegno e il lavoro propositivo degli autori. Nata nell'area del quotidiano "Libération", VU ha sviluppato un suo modo di vedere e di comunicare, e i suoi creatori Christian Caujolle e Zina Rouabah si auguravano che un simile strumento avrebbe consentito un "rinnovamento dell'immagine nella stampa".
"Produrre, pubblicare, esporre, condividere la visione, le visioni del mondo dei "suoi" autori/fotografi, scoprire, far conoscere e "portare" nuovi talenti, tale è la vocazione dell'Agenzia VU sin dalla sua creazione, e della sua Galleria VU, spazio di esposizione e di comunicazione, la più grande galleria parigina privata (550 mq) nata nel 1998 e dedicata alla fotografia" afferma Christian Caujolle, fondatore e direttore artistico dell'agenzia.
Ecco perché, in occasione dei 15 anni di attività di VU, Caujolle ha riunito un gruppo di fotografi che caratterizzano l'impegno di una agenzia "che non è come le altre", per riaffermare che lo sguardo di questi autori, per un'analisi dei fatti significativi della nostra società, conta quanto l'opinione del giornalista o del cronista.
Al di là della testimonianza o dello sguardo dell'autore, la mostra illustra il potere sempre crescente della fotografia, così come l'intera sfera delle immagini, quale elemento essenziale della società contemporanea. Le immagini occupano in permanenza l'attualità e la vita quotidiana, la stampa, i libri, le mostre. Circa settantacinque fotografi e 350 fotografie che ci offrono l'opportunità di scoprire sguardi molto diversi fra di loro confrontati a realtà identiche e talvolta banali. E' questa ricchezza di vedute che ci porta agli interrogativi e agli scambi culturali che la mostra spera di proporre.
In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo della Silvana Editore, realizzato con la partecipazione di Grazia Neri, che rappresenta l'Agenzia VU in esclusiva per l'Italia.
Dominique Stella
La fotografia messa in questione
La globalizzazione che, dal virtuale al reale, dalla cultura all'abbigliamento, ispira nuovi clichés universali, è retta da ferree leggi economiche. L'universo dell'informazione ha un ruolo chiave e non sfugge a questa tendenza.
L'intreccio tra il mondo della stampa e il mondo della finanza, che riguarda da tempo la stampa scritta e audiovisiva, interessa attualmente la agenzie fotografiche.
In Francia - paese in cui alcune agenzie fotografiche indipendenti ed originali hanno costituito un arricchimento del panorama e della produzione fotografica - le acquisizioni di Sygma e Gamma prima, e di Sipa e Rapho poi, da parte di giganti quali Corbis e Hachette , minano gli equilibri nel campo della fotografia e suscitano degli interrogativi di fondo sull'informazione, la produzione, la diffusione e la redditività delle immagini.
In questo contesto, agenzie come Magnum, storica cooperativa di fotografi, o VU, Editing et Métis, rappresentano degli esempi importanti di resistenza alle leggi draconiane del mercato e alla concentrazione dell'informazione.
L'agenzia VU, vicina al quotidiano Libération fin dalla sua nascita, quindici anni fa, e sostenuta in questi ultimi anni dalla società Abvent, ha saputo mantenere una struttura snella e in stretta relazione con i fotografi. Fin dagli esordi, VU difende il diritto al ruolo di autore e alla soggettività di ogni fotografo, proponendo una nuova forma di fotogiornalismo ed un'altra estetica, nel campo della stampa e delle edizioni.
Convinti dell'importanza della diversità e della ricchezza delle forme d'espressione, molteplici ed alternative, la Fnac e la Galleria del Credito Valtellinese hanno deciso di dare la parola a Christian Caujolle, fondatore e direttore artistico di VU, e contribuire a promuovere un lavoro d'impegno diverso.
Laura Serani
Breve storia di un'agenzia fotografica
L'agenzia VU è un'agenzia non settoriale che estende il suo intervento ai più diversi ambiti: sport, cultura, politica, società, economia... sempre con uno sguardo che la contraddistingue. La fotografia d'autore è al centro dei suoi interessi, dal momento che VU, così come coloro che ne entrano a far parte, attribuisce un ruolo importante alla dimensione culturale dell'immagine.
Quindici anni d'attività sono allo stesso tempo pochi e molti. Molti, se consideriamo il cammino percorso - sempre restando fedeli agli impegni e alle scelte originarie - che si è intrecciato con enormi mutamenti che hanno interessato la stampa e con l'aumentare dei dubbi riguardo alla capacità, da parte della fotografia, di conservare un suo ruolo nell'informazione, quando sia in gioco la credibilità del giornalismo. Ma anche con la grande quantità di proposte, più o meno pertinenti, che, di fronte al dominio, prima della televisione e poi di Internet, hanno cercato di mantenere un senso ed una funzione per la fotografia.
L'agenzia VU è stata la prima agenzia a proclamarsi con orgoglio "Agenzia di fotografi" ed ha ripreso simbolicamente il nome del più significativo settimanale francese che, dagli anni venti fino alla fine degli anni trenta, inventò un giornalismo esigente. Ricorrendo ai più notevoli talenti dell'epoca, esso fondò la propria legittimità sulla creatività dei differenti punti di vista. Tutto questo per noi vale ancora e significa che gli autori, nel loro eclettismo, sono il punto di riferimento in ogni campo: dalla pubblicità alla comunicazione d'impresa. E' un modo per essere realisti e, nello stesso tempo, affermare che la competenza di un punto di vista contemporaneo è portatrice di senso in tutti quei campi, sempre più numerosi, che fanno uso della fotografia. Siamo attenti alla qualità e alla competenza degli "sguardi" contemporanei e ci preoccupiamo ben poco del fatto che i fotografi siano "di" qualcosa: siano "della" stampa, "della" moda, "della"pubblicità. Ci basta che siano veramente fotografi. Spetta a ciascuno avere la capacità di usare il proprio talento creativo, nel rispetto delle proprie esigenze.
Questa mostra punta a stabilire un dialogo e a porre, al di là del nostro caso specifico, un certo numero di domande che ci riguardano tutti : tutti quelli che producono immagini, tutti quelli che le diffondono, tutti quelli che le utilizzano e tutti quelli che le guardano.
Informare? Illustrare? Viaggiare? Indagare? Osservare? Questi sono i temi delle cinque sezioni della mostra, organizzata con la preziosa collaborazione della Fnac, che ci condurranno ad interrogarci e daranno luogo ad uno scambio di idee sulla fotografia, sulla sua funzione, sui suoi obiettivi. Speriamo semplicemente che questa selezione risponda agli interrogativi di coloro che si chiedono...a cosa può servire la fotografia all'alba del terzo millennio? E che costituisca per tutti tanto un piacere quanto materia di riflessione.
Christian Caujolle
Fondatore e Direttore dell'Agenzia e della Galleria VU
OSSERVARE?
Fotografie di Roland Allard - Philip Bienkinsop - Sophie Chivet - Olivier Coulange - Franck Courtès - Denis Dailleux - Pierre-Olivier Deschamps - Richard Dumas - Zhang Aï Er - Franck Ferville - Christophe Gin - Rip Hopkins - Gilles Larvor - Ouka Lele - Adriana Lestido - Serge Picard - Gérard Rondeau - Antanas Sutkus
Il ritratto è certamente il "genere" fotografico più diffusamente praticato oltre che il più utilizzato attualmente dalla stampa. Ma che cos'è un ritratto? Senza spingersi a cercare di dare une definizione del "buon" ritratto (quello che può essere un "buon" ritratto per una foto segnaletica non lo è necessariamente per un giornale) si possono azzardare delle ipotesi o almeno riflettere su alcune proposte dei fotografi. Al di là del fatto che un ritratto non è solamente la rappresentazione di un viso, si può notare che i fotografi scelgono delle modalità molto diverse. Alcuni scelgono di accompagnare con simpatia una "vittima" nel corso di un reportage, i cui momenti , messi uno dopo l'altro, vadano a costituire una storia che ci racconta qual è l'identità o l'attività della persona rappresentata. Contrariamente ad altri, che preferiscono il confronto, il faccia a faccia, la contrapposizione tra l'immagine che colui che viene ritratto vuole dare di se stesso e l'immagine che il fotografo vuole creare di lui. Psicologico, formale, allusivo, interrogativo : il ritratto è sempre il risultato di una contesa, di solito cortese, tra due individui. Il risultato pone lo spettatore di fronte ad un'immagine che, come tutte le fotografie, non è altro che un insieme di forme, a partire dalle quali noi cerchiamo di immaginare l'identità di colui che viene rappresentato. Il ritratto fa da supporto ai nostri fantasmi riguardanti famosi personaggi, costituisce la base più inquietante dei nostri feticismi e, nello stesso tempo, una forma di definizione, di schedatura, di classificazione, per mezzo di codici formali, di coloro che vengono rappresentati. Trattato in serie, il ritratto può diventare anche un modo per affrontare temi d'attualità o questioni sociali. Un punto di vista che illustra chiaramente la posizione del fotografo. Nei "veri" ritrattisti, quelli di cui si riconosce lo stile al primo sguardo, le persone fotografate finiscono coll'appartenere ad una sola ed unica famiglia, che ha inventato il fotografo. Il loro "book" è una sorta di album di famiglia, che hanno creato inventando per i loro "modelli" dei personaggi-immagini. In questo caso, l'insieme dei loro ritratti somiglia molto ad un autoritratto. Di questi tempi, in cui il "people" costituisce una parte essenziale delle pubblicazioni della stampa, la realizzazione di un ritratto è sempre più problematica, trovandosi di fronte a personaggi ed agenti o altri consulenti per la comunicazione, che vogliono assolutamente controllare l'immagine delle "celebrità" la cui fonte di guadagno è proprio la loro immagine. La linea di demarcazione tra espressione e promozione è sempre più tenue e viene regolarmente oltrepassata. Non sarebbe più soddisfacente ed onesto, invece di trasformare ogni viso in quello di un eroe, di una star o in un prodotto, dire al lettore che si trova semplicemente di fronte al modo in cui un fotografo ha percepito, immaginato e rappresentato un attore, uno scrittore, un uomo politico o uno di quegli "anonimi" a caccia del loro quarto d'ora di celebrità, di cui parla Andy Warhol ?
Christian Caujolle
ILLUSTRARE?
Fotografie di Antoine d'Agata - Michael Ackerman - Agnès Bonnot - Pablo Cabado - Jean-Luc Chapin - Denis Darzacq - Stéphane Duroy - Michel Vanden Esckhoudt - Bernard Faucon - Franck Ferville - Cristina Garcia Rodero - Graciela Iturbide - Arnaud Legrain - Ouka Lele - Chema Madoz - Jose Manuel Navie - Fabrice Picard - Emmanuel Pierrot - Anne Rearick - Goran Tacevski.
Quando, all'inizio del secolo scorso, i giornali furono in grado di stampare le fotografie, queste ultime sostituirono poco a poco disegni ed incisioni con "immagini contenenti argento". Questo avvenne semplicemente per sfruttare la singolare caratteristica della fotografia di essere un modo di rappresentazione che non può esistere se non è stata preceduta da elementi tangibili, appartenenti a quel mondo a tre dimensioni che noi, tanto per semplificare, chiamiamo realtà.
Da qui la volontà di usare la fotografia per dare un'attestazione del mondo fisico, per "provare", per "rendere più vero". Anche se sappiamo perfettamente che la fotografia non è "obiettiva" e che non veicola alcuna "Verità". Il titolo più in voga nei tempi passati era "L'illustrazione". Un secolo più tardi, la modalità di utilizzo della fotografia nella stampa è sempre più frequentemente l'illustrazione: uno statuto assai povero, che vorrebbe che l'immagine accompagnasse il testo, o al suo servizio, per accrescere la credibilità dell'informazione, o, molto più spesso, semplicemente come decorazione. La complessità ed i pericoli, connessi al diritto all'immagine delle persone rappresentate, ha fatto sì che nascesse, nel corso degli ultimi dieci anni, un tipo molto particolare di illustrazione. Specialmente nell'ambito dei fatti di costume o della vita quotidiana, le istantanee sono state sostituite con immagini create in studio, frutto di sedute di posa con dei modelli, che vorrebbero "illustrare" alcuni temi che la stampa affronta di frequente. Queste immagini convenzionali, codificate, veri e propri stereotipi che si sostituiscono all'esplorazione del reale e alle sue sorprese, hanno una funzione legittima in una stampa che vuole fare informazione? L'agenzia VU ha rifiutato questo tipo di iconografia. Ma, perfettamente consapevoli della necessità di immagini che possano servire ad accompagnare graficamente dei temi generali od astratti, dei sentimenti, dei concetti, abbiamo lavorato con degli ideatori di immagini che hanno reso visivamente il proprio mondo interiore. Ognuno di loro ha una differente concezione estetica e lavora in linea di massima con lo scopo di esporre le proprie opere. Ma queste ultime possono essere usate in altro modo, per esempio per illustrare degli articoli di giornale. In questo caso, senza che ciò venga sempre fatto intenzionalmente, i supporti servono alla diffusione massiccia di opere che altrimenti sarebbero rimaste tra pochi intimi.
Ci teniamo a questa dimensione"pedagogica" e divulgativa della stampa, così come siamo felici di poter far dialogare, sulle copertine dei libri, delle riviste, dei dischi, sugli espositori di cartoline postali, la fotografia ed altri modalità d'espressione. Perché anche in questo caso partecipiamo ad una produzione di senso e di piacere, ricca e complessa, che oggi , anche nel campo spesso trascurato dell'illustrazione, dà un senso ed una funzione alla fotografia.
Christian Caujolle
VIAGGIARE
Fotografie di Denis Dailleux (Il Cairo) - Bernard Deschamps (soggetti vari) - Bernard Desprez ( Giappone, le quattro stagioni) - Claudine Daury ( Popoli siberiani) - Graciela Iturbide (Yucatan) - Bertrand Meunier (frontiera russo-cinese) - Vincent Migeat (Corsica) Jose-Manuel Navia (soggetti vari) - David Sauveur (Gerusalemme) - Guillaume Zulli (Sovrimpressioni)
A partire dal XIX secolo la fotografia è viaggiatrice. E spesso una viaggiatrice solitaria. Per quasi un secolo fece scoprire, per procura, la varietà del mondo ai propri contemporanei, che restavano sedentari. E' così che, tra esotismo ed etnografia, fece credere che i resoconti dei viaggi fossero lo specchio fedele della realtà: ma i tempi sono cambiati. In un momento in cui è praticamente diventato impossibile scegliere una destinazione per un viaggio verso un luogo di cui non si siano viste in precedenza le immagini - fotografiche o filmate - le popolazioni dei paesi occidentalizzati si spostano in massa. Ciò che ha più intensamente modificato lo statuto della fotografia nell'ultimo quarto di secolo sono indubbiamente la televisione e i tour-operators. Il turismo di massa pone alla fotografia degli interrogativi paragonabili a quelli che l'egemonia della televisione pone nell'ambito dell'informazione, e, in primo luogo, quello relativo alla sua funzione. Siamo stanchi, senza dubbio disincantati rispetto alle immagini d'esotismo, ora che i flussi migratori hanno prodotto delle mescolanze che favoriscono la comprensione profonda delle culture "altre". Siamo stanchi di cartoline sui depliant turistici che si trasformano in totali delusioni quando facciamo l'esperienza reale dei viaggi che ci sono stati venduti, grazie a delle fotografie su carta patinata. Allora, qual'è lo statuto, la funzione, la posta in gioco per una fotografia che si basa sull'esplorazione di luoghi lontani? Ancora una volta i fotografi ci propongono delle risposte che corrispondono ai loro progetti, alle loro personalità, ai loro desideri, più che ad una volontà di illustrare o di descrivere il mondo contemporaneo. Ci dicono qual'è stata la loro esperienza particolare, quali sono state le loro emozioni, le loro sorprese, i loro incontri, i loro fallimenti o i loro successi. Parlano in prima persona e, di fatto, ci propongono soprattutto di non farci coinvolgere in viaggi bell'e pronti, sulla base di cliché fotografici, ma di viaggiare veramente. Allora, lo spirito sarà spesso quello letterario, sulle tracce di uno scrittore o, per così dire, un ritorno alla propria identità, alla ricerca di spazi lontani che permettono di ritrovare se stessi e di rigenerarsi, alla ricerca di cose capaci di sorprenderci, cose che mancano sempre di più nella routine della vita quotidiana delle nostre città occidentali. E, per finire, è il senso stesso del viaggio, tanto quanto il senso e la funzione della fotografia di viaggio, che ricercano gli irriducibili nomadi dagli occhi spalancati e dallo sguardo generoso.
Christian Caujolle
INDAGARE?
Fotografie di Jane Evelyn Atwood (Donne in prigione) - Matias Costa (Gibilterra) - Olivier Coulange (Bambini autistici) - Ad Van Denderen (L'immigrazione) - Michel Vanden Esckhouldt (Cani) - Gilles Favier (Marsiglia) - Eric Franceschi (OlympiqueMarseillais) Stanley Greene (Cecenia) - Isabel Munoz (I monaci Shaolin) - Olivier Pin Fat (Thai Boxe) Lars Tünbjork (Uffici) - Hugues de Würstemberger (Abitanti del Sahara Occidentale)
La tradizione del fotogiornalismo ha inventato, accanto a coloro che si occupano degli avvenimenti dell'attualità, dei fotografi che, piuttosto di lottare contro il tempo, vengono a patti con esso. Dei reporters di lungo corso, capaci di passare mesi, o addirittura anni, su un solo soggetto, per approfondire le loro inchieste, per tentare di porre riparo alle imprecisioni della fotografia e consegnarci una griglia di lettura delle situazioni sufficientemente complessa da indurci a farci delle domande, in modo pertinente, sullo stato del mondo. I fatti di costume sono da loro prediletti, ma possono anche realizzare delle inchieste , in modo spesso molto illuminante, partendo da un avvenimento dell'attualità per permetterci di comprenderne il contesto. Cosa che resta essenziale, nonostante la pubblicazione dei risultati, frutto di tali metodi di indagine, sia sempre più difficile. Queste inchieste visive, che necessitano di un lungo impegno, tanto in termini finanziari che in termini di tempo, sono sicuramente il campo più minacciato del fotogiornalismo contemporaneo. La stampa, nella maggior parte dei casi, si sacrifica al culto della velocità - o persino della futilità - e non sostiene più quelle grandi imprese che hanno fatto la grandezza delle pubblicazioni illustrate. E, anche se alcuni media pubblicano con soddisfazione queste grandi inchieste, i fotografi vengono condannati a cercare altrove i finanziamenti per i loro progetti. Borse, premi, fondazioni, non sono sufficienti a permettere a tutti coloro che, numerosi e di valore, vogliono produrre questi lavori di approfondimento, di portare a termine le loro inchieste. Le mostre ed i libri, che sono spesso la forma più compiuta di tali ricerche, non possono consentire, da un punto di vista economico, lo sviluppo di questi ambiziosi soggetti. Si è parlato spesso, a torto, di "crisi del fotogiornalismo". La verità è che numerosi fotografi documentaristi di talento portano avanti progetti di qualità per i quali non riescono a trovare né i mezzi di produzione né gli spazi di pubblicazione. Questo prestigioso settore del fotogiornalismo potrebbe sparire, per mancanza di mezzi, proprio quando si tratta, con ogni probabilità, dell'elemento più importante per permettere alla stampa di distinguersi dalla televisione. O, per lo meno, del modo più specifico che ha l'immagine stampata per distinguersi dall'immagine animata. In un momento in cui, per continuare ad avere una reale funzione, la stampa si deve interrogare sulla propria identità, sulla necessità di differenziarsi dalla televisione e da Internet, le inchieste fotografiche potrebbero essere le risposte più pertinenti. Fintanto che dei fotografi continueranno ad averne voglia non sarà troppo tardi. Ma, fino a quando?
Christian Caujolle
INFORMARE?
Fotografie di Antoine d'Agata (Gerusalemme) - Alain Bizos (soggetti vari) - Philip Blenkinsop (Nepal) - Bruno Boudjelal (Algeria) - Tiane Doan Na Champassak (La Kumbh Mela) - Stéphane Duroy (Il muro di Berlino) - Isabelle Eshraghi (Rifugiati afgani in Iran) - Cristina Garcia Rodero (Kossovo) - Stanley Greene (Golpe a Mosca) - Hien Lam Duc (Iraq) - Kadir Van Lohuizen (New York) - Kryzstof Miller/Gazeta (Afghanistan) - Collettivo di fotografi cinesi (Piazza Tien An Men ed esecuzioni in Cina)
I reporters, i "grandi reporters" sono, storicamente, l'aristocrazia del fotogiornalismo. In una certa epoca, ormai passata, in cui la fotografia era il solo mezzo di informazione per immagini sull'attualità, essi hanno costituito la memoria collettiva e scritto la storia della vita quotidiana. Si sa che oggi è attraverso la televisione, Internet, la radio che ci viene trasmessa in primo luogo l'informazione sui fatti accaduti. Perciò, ripetutamente, ci si ripropone la domanda sulla funzione della fotografia nel campo dell'informazione, ogni volta che l'attualità ci mette di fronte a degli avvenimenti di una certa importanza. Nel corso degli ultimi quindici anni si è spesso predetta la morte della fotografia d'attualità. Evidentemente a torto: infatti gli attentati terroristici dell'11 settembre 2001, hanno paradossalmente evidenziato il fatto che l'immagine fissa ha, ancora e sempre, una funzione, e che è una posta in gioco per l'informazione. Mentre, vedendo sfilare, con montaggi cronologici identici su tutti i canali, le immagini degli aerei che colpivano le torri, fino all'inabissarsi di queste ultime, non riuscivamo - di fronte ad immagini sbalorditive che sembravano uscite da film visti e rivisti - ad immaginare che sotto le macerie vi fossero migliaia di morti, le fotografie pubblicate l'indomani ci riportavano brutalmente alla realtà. Prima di tutto, perché - contrariamente a quello che accade quando consumiamo le immagini a colori che vibrano in quella strana finestra sul mondo - potevamo decidere quanto tempo dedicare a quell'immagine e, determinato il nostro tempo di lettura, potevamo scegliere quello della riflessione e concederci quello necessario alla nostra comprensione. E, poi, anche perché potevamo percepire con evidenza che il punto di vista fornito era particolare, che cambiava passando da un fotografo all'altro, e che tali documenti erano in grado di dirci tanto dell'emozione di colui che li aveva realizzati quanto della brutalità dei fatti. La scelta di una certa distanza, di un'inquadratura, l'attenzione per un particolare o una visione d'insieme, producono evidentemente diversi significati. Assolutamente il contrario di una visione unica. All'agenzia VU ci è sempre sembrato essenziale contribuire all'informazione con l'umiltà e l'onestà che esige questo ruolo: e, quindi, dire"io", affermare che si tratta solo di un punto di vista umano, dunque singolare. Di una testimonianza che, se si vieta di mentire, tuttavia è incapace di obiettività.
Informare, denunciare, far sapere. Ma senza mai dare lezioni. Sapendo che siamo incapaci, con le sole immagini, di spiegare e razionalizzare un mondo ogni giorno più complesso: pena il rischio di farne una caricatura. E' per questo che, siccome la storia del fotogiornalismo è dominata dal punto di vista degli autori occidentali, siamo sempre stati sensibili ai punti di vista degli attori o delle vittime dei drammi dell'attualità. Il momento più significativo e più esemplare resterà l'elaborazione del materiale relativo ai "55 giorni di Pechino"e al massacro di Tien An Men da parte dei fotografi cinesi dell'agenzia.
Christian Caujolle