Per l'Afghanistan, il 2002, o meglio il 1381, è l'anno zero. Dopo 13 anni di guerra contro i Sovietici e il regime comunista di Kabul, quattro anni di guerra civile, sei anni di tirannia Taliban e l'offensiva americana dello scorso autunno, il paese è azzerato. Per questo, lo SpazioFoto del Credito Artigiano di Firenze dedica all'Afghanistan una mostra che, rifuggendo le scene sensazionalistiche dei telegiornali e della stampa d'informazione, ci racconta la normalità della vita quotidiana, se di normalità si può parlare, in un paese dilaniato da oltre vent'anni di guerra.
Le immagini, esposte per la prima volta in Italia, sono state scattate da due fotografi noti al livello internazionale: Simon Norfolk, impegnato da diversi anni nella rappresentazione di luoghi devastati da conflitti bellici, e Paolo Woods, reporter del mondo islamico.
Ispirandosi all'opera di pittori quali Caspar David Friedrich e Claude Lorraine e alla tradizione pittoresca dei paesaggi di rovine, Norfolk ha incentrato la sua attenzione sulle profonde modifiche e sulle devastazioni inflitte dalla guerra al territorio afghano. 'L'Afghanistan -dice- è diverso da Sarajevo e Kingali, o da ogni altra terra distrutta dalla guerra che io abbia mai fotografato. In Afghanistan, i lunghi conflitti hanno prodotto rovine dalla bizzarra stratificazione che giacciono come strati sedimentari a testimoniare i diversi momenti di distruzione'. Nelle immagini di Norfolk compaiono reperti simili a quelli che si potrebbero trovare in un immaginario Museo di Archeologia Bellica. Carri armati e veicoli per il trasporto di truppe, abbandonati dopo l'invasione Sovietica degli anni Ottanta, punteggiano la campagna come scarti agricoli, oppure appaiono riciclati nella costruzione di argini o di ponti. Nei territori in cui hanno avuto luogo scontri nel corso degli anni Novanta, si trovano invece scheletri ordinati e puliti di palazzi trivellati dai colpi delle mitragliatrici. E ancora, nei luoghi rasi al suolo dai recenti bombardamenti aerei statunitensi e britannici, gli edifici non sono altro che ammassi di metallo aggrovigliato.
Norfolk espone dodici immagini a colori formato 61x79,5 cm. Le fotografie sono tratte da un ampio progetto dal titolo Afghanistan: chronotopia, premiato con lo European Publishers Award for Photography 2002 e pubblicato in co-edizione da cinque importanti editori europei fra i quali, in Italia, Peliti Associati (pp. 96, 39 euro).
Il lavoro di Woods, dal titolo Afghanistan anno zero, è costituito da una selezione di immagini tratte da diversi reportage realizzati negli ultimi sette anni. Su commissione di "Le Figaro", Woods ha recentemente percorso 4000 km attraverso il Paese, lungo una vecchia strada circolare, della quale restano pochi frammenti, che unisce le quattro città principali dell'Afghanistan (Kabul, Mazar-e Sharif, Herat e Kandahar), battendo piste mai visitate dai giornalisti e dipingendo un quadro del tutto inedito del paese. Nelle immagini di Woods, gli afghani sono rappresentati alle prese con il dominio dei signori della guerra, con la dannazione dei Pasthun, con il problema dell'acqua e dell'agricoltura, con la ricostruzione, con la fame e le mine, con il ritorno di oltre due milioni di rifugiati da Pakistan e Iran, con il disarmo delle milizie, con il papavero da oppio, con il fenomeno del banditismo e il saccheggio dei siti archeologici, con lo stato delle strade (in realtà delle piste), con i problemi della scuola e dell'educazione, con la difficile condizione femminile, con l'amore e il matrimonio.
Paolo Woods espone più di venti foto in bianco e nero formato 40X40 cm.
La mostra è realizzata nell'ambito della Biennale Toscana Fotografia 2002 promossa della Fondazione Studio Marangoni e da Dryphoto Arte Contemporanea.
BIOGRAFIE
Simon Norfolk (Nigeria 1963) è membro dell'agenzia fotografica londinese Growbag e collaboratore di numerose riviste europee. Ha iniziato la carriera di fotografo nel settore del fotogiornalismo, con una serie di lavori sul fascismo e l'estrema destra in Gran Bretagna, sull'Irlanda del Nord, sull'est europeo, sulla Guerra del Golfo. Negli ultimi anni ha abbandonato il fotogiornalismo per dedicarsi alla fotografia di paesaggio. Il suo primo libro For most of it I have no Words: Genocide, Landscape, Memory, pubblicato da Dewi Lewis Publishing nel 1998, è un lavoro sui luoghi in cui sono stati commessi genocidi. Nel 2001 gli è stato assegnato il World Press Photo Award.
Paolo Woods (Amsterdam, 1970) lavora come reporter dalla metà degli anni Novanta. Ha realizzato reportage da Haiti, in Pakistan, in Egitto, in Vietnam, in Kosovo e in Albania. Attualmente, la sua ricerca è incentrata sul mondo islamico, e particolarmente sull'Iran e l'Afghanistan. Collabora, fra l'altro, con "Stern", "Le Figaro", "Le Temps", "La Repubblica", "L'Unità", "Diario della Settimana". Dal dicembre 2000 è membro della Anzenberger Photo Agency. Le sue fotografie sono state esposte in numerose mostre in Italia e all'estero ed acquisite nell'ambito di collezioni pubbliche e private quali la Bibliotheque Nationale de France di Parigi e la Sheik Saud Al-Thani Collection di Qatar.