![]() |
presentazione | opere | ||||||||||||||||
|
|
|||||||||||||||||
|
![]() |
||||||||||||||||
|
"In basso, c'era come una palude vietnamita e in alto il profilo di New York, questa catena univa queste due realtà - questa era la mia idea, l'idea che io avevo della pittura e dei quadri politici" dice al suo intervistatore Gérard Fromanger nella rivista francese "Verso" nel luglio del 2003. "Poi, c'è stato un momento di vuoto nella mia pittura, ho svoltato". Non si diffonde per consentire la traccia di una vera e propria biografia, né, tanto meno, di un'intervista. Recalcati scandisce la vicenda della sua vita con la continua posa di quella parola che si stende come una placca di colore: libertà, dalla fuga dalla scuola alle fughe dalle città che non lo capivano più. Parla con ironica disillusione ("Perché gli Iracheni combattono gli americani? Per non avere i fastfood e un'antologica di Andy Wahrol nel loro museo"). Col distacco un po' amaro di chi si sforza di allontanarsi per mettere a fuoco meglio ma resta sempre troppo dentro, dentro la pittura e le sue ragioni dominanti e imperative, di colore e di attrazione per un tema, un angolo, un racconto, dentro quelle sfilate di zingari "gloriosi come ritratti nobiliari" che adesso, ora mentre parliamo, sono simbolo e segno della sua libertà sempre rivendicata e sempre allo stesso tempo vittoriosa e sconfitta. "Io ho vissuto e ho fatto la pittura. Non ho fatto una carriera di pittore. Mi sono limitato a fare pittura". Sconfigge ogni domanda con la sfiducia che i veri pittori hanno delle parole. "Abbiamo a parlare con le mani" protestava Annibale Carracci, nel Seicento. Eppure i suoi quadri grondano vita e tempo reale, e fatti e cose e persone, ricordi. La pittura compare esigente. Recalcati contesta i suoi interpreti. Scrive lettere e telegrammi a mostra aperta, appena il catalogo è stampato. Contesta un intellettuale italiano engagé ("il tuo testo è molto brutto e mi fa una grande tristezza mi sembra il compito in classe di un universitario") con un telegramma al quale questi risponde con una lettera di pochissime parole vergata sulla carta intestata di "Nuovi Argomenti": "sei un vero piccolo borghese mediocre, un lustrascarpe". Recalcati se ne fotte: "veramente pensano di essere la storia questi qua. L'Italia è in mano a questi qua". Libertà.
Gli pronosticano una terribile malattia e la morte entro un anno. Succede a Bologna. Poi la vita decide di no, e un incontro, un'amica, il caso gli ridanno gli anni e lo sprezzo per quel tempo guadagnato, come fosse una sfida. Succede a Milano.
"Manderò questo catalogo al professore di Bologna per dirgli che sono ancora qua". Poi giunge la pittura, però, giunge di nuovo e ha le sembianze e il passo leggero della morte. Come nelle danze macabre delle chiese del Tre e del Quattrocento, come nella mitologia europea. Dunque la morte lo accompagna, in quei cicli che seguono la sua malattia e la sua guarigione, anni senza pittura: Que tal? Come stai? Dice un quadro di Goya e via con la pittura di nuovo, che assorbe e cancella, risuscita lei e decide ancora, lei sì, più dei professori d'ospedale. "Flirto con la morte come con la vita. Potrei dire che sono ambidestro in questo senso".
Parla di Goya, di David, di Raffaello. Parla del mercato e scuote la testa. Torna sempre alla pittura, al suo dominante ruolo. Non c'è altro.
E in fondo anche le domande, le definizioni, le date lo irritano. Che bisogno c'è. Ha fatto quel che fatto, non glielo avranno riconosciuto. In tanti lo hanno imitato, dice, da George Segal a Malcom Morley.
"La libertà è intollerabile", scrive in un'altra lettera a un altro critico, sempre per correggere, rettificare, precisare le parole usate per spiegare la sua pittura.
"Lontana dalle conventicole, dai clan politici artistici, sorda ai rumori dei colpi della politica, del potere e delle provocazioni, la mia lettura della realtà anche politica è una riflessione intima.
Non ho mai preteso di parlare alle masse che d'altra parte non hanno niente a che spartire coi capricci e i desideri del potere degli intellettuali. Non c'è un primo stadio di lettura nella mia pittura, non ci sono bandiere, non si sono pugni alzati né corone funebri, nessuna gioia per i funerali, solo la mia lettura intima della realtà. 'La pittura è cosa mentale' ".
Passiamo davanti alla Camera della Badessa di Parma. Lì c'è pittura come la sua. Silenziosa, libera e ribelle, naturalissima e gioiosa.
Beatrice Buscaroli Fabbri |
|||||||||||||||||
![]() |
|
![]() ![]()
|
|