LA MOSTRA
L'obiettivo della mostra è quello di indagare il valore estetico implicito all'attività plastica condotta da Lucio Fontana nell'ambito della ceramica, prendendo in considerazione due momenti storici diversi. Una prima fase, che lo vede operativo a Sèvres e ad Albissola Marina tra il 1935 e il '39, quando si ispira alle nature morte e al mondo animale, coniugando la rappresentazione del mondo figurale con la forza magmatica della materia. In un secondo momento, avviato nel dopoguerra, la manipolazione della ceramica mantiene la propria organica vitalità anche se entro lucide coordinate teoriche, quali quelle indicate dalla poetica spaziale.
Due stagioni diverse, s'è detto, divise dal lungo soggiorno in Argentina, ma unite dall'esigenza di mantenere in vita il confronto con una materia su cui lasciare il segno della propria impronta, il contatto diretto della mano. Tant'è vero che negli anni trascorsi in Sud-America (1940-1947) si mantiene anche grazie alla sua attività di ceramista.
Attraversando la materia Lucio Fontana la informa della propria sensibilità plastica legata ai valori spaziali e dinamici desunti dal Barocco e dal Futurismo.
L'evento espositivo intende quindi dimostrare il significativo ruolo svolto dalla produzione in ceramica all'interno del suo percorso artistico, non solo per il tempo che lo ha tenuto impegnato, ma anche per la qualità dei risultati creativi raggiunti. Libertà espressiva e spregiudicata sperimentazione si manifestano senza timori, nel segno di un felice equilibrio. In mostra sono previste quaranta opere realizzate nell'arco della sua prolifica carriera che vanno dalle figure ai vasi, dai piatti alle formelle.
La mostra, a cura di Daniele Astrologo e di Raffaele Bedarida, conta di avvalersi del contributo scientifico del professor Enrico Crispolti, curatore del catalogo generale di Lucio Fontana e della collaborazione della Fondazione "Lucio Fontana" (Milano).
LA SEDE ESPOSITIVA
L'allestimento della mostra avviene presso il Museo Civico "Floriano Bodini", sito nel centro storico di Gemonio (via Marsala 11), in una tipica corte settecentesca appositamente restaurata nel duplice scopo di conservazione della tipologia originaria e di allestimenti espositivi.
Il Museo ospita una vasta collezione di scultura, pittura e grafica a documentazione e testimonianza di molti protagonisti dell'arte contemporanea italiana ed europea.
Di particolare pregio la collezione di piccole sculture di maestri storici di prevalente area lombarda fine '800 e inizio '900, tra i quali spiccano i nomi di Leonardo Bistolfi, Giuseppe Grandi, Francesco Messina e Medardo Rosso. Gessi, bronzi e medaglie di Bodini, unitamente a una vasta biblioteca di testi d'arte, completano il patrimonio culturale.
LUCIO FONTANA CERAMISTA
L'incipiente produzione di ceramiche risale alla prima metà degli anni Trenta, quando Lucio Fontana, avendo ripreso a plasmare in termini figurativi, entra in contatto con Tullio Mazzotti presso la "Manifattura Giuseppe Mazzotti" ad Albisola Marina, un luogo dove numerosi artisti d'avanguardia si ritrovano per creare e discutere della propria arte. Oltre ad Albisola, Fontana opera anche a Sèvres, dove sperimenta la tecnica delle ceramiche a gran fuoco. La produzione di questi anni, dall'estate del '35 in poi, segna un nuovo corso poetico nell'opera di Fontana. L'uso altamente espressivo dei colori, la sensibilità spaziale di ascendenza neobarocca, le dinamiche futuriste confluiscono in una materia che tende ad aprirsi allo spazio, precorrendo quelle soluzioni creative che saranno proprie dell'Informale. Si vedano, ad esempio, quelle opere ispirate alle realtà presenti in natura, quali Farfalle, Fondi marini, Delfini…sculture molte delle quali pensate per essere collocate in uno spazio all'aperto. Si stabilisce così un legame con lo spazio circostante, un rapporto con l'ambiente che schiude nuovi orizzonti di ricerca debitamente esplorati durante la stagione spaziale.
L'importanza assunta dal ruolo svolto da questa materia trova conferma nelle mostre personali di questi anni, allestite a Parigi e a Milano, interamente incentrate sulla ceramica. Anzi il peso assunto da quest'arte è tale, è così connaturata al carattere di Fontana da indurlo a presentarsi nella III Quadriennale romana del '39 in qualità di scultore-ceramista.
Dopo gli anni trascorsi in Argentina, dove continua a lavorare la ceramica, rientra in Italia per dare vita al Movimento Spaziale. Le intuizioni di ordine spaziale maturate nella seconda metà degli anni Trenta si esplicitano ora attraverso i vari manifesti redatti a Milano.
Questi anni, contrassegnati dalle ricerche spaziali, sono anche gli anni che riflettono il dolore della guerra, l'intensa forza espressiva dei sentimenti in grado di drammatizzare la materia. Così, l'azione che scaturisce dai vari Arlecchini, Ballerine o Pagliacci non è solo motivata dal ruolo impersonato dal soggetto ma è mossa da problematiche interne di tipo esistenziale. Questa riflessione trova conferma nelle rappresentazioni religiose, come vuole il caso della figura di Gesù Cristo colta nella serie delle Deposizioni. Qui il corpo martoriato dalla passione è reso dalla forza plastica impressa alla ceramica che stravolge i connotati dell'uomo le cui "carni" sprigionano un'indicibile sofferenza. Anche in anni dominati da una crescente tensione cerebrale, ben esemplificata dall'idea di "concetto spaziale", l'energia creativa di Lucio Fontana non si riduce mai a un mero concettualismo, ma porta dentro la forza fisica della manualità così ben espressa nelle ceramiche.
BIOGRAFIA DI LUCIO FONTANA
a cura della Fondazione Lucio Fontana
Nasce in Argentina, a Rosario di Santa Fè, il 19 febbraio 1899. Il padre Luigi, italiano, in Argentina da una decina d'anni, è scultore e la madre, Lucia Bottino, di origine italiana, è attrice di teatro. A sei anni, con il padre, viene a Milano per frequentare le scuole. Già nel 1910 inizia il suo apprendistato artistico nella bottega paterna. Si iscrive poi a una scuola per Maestri Edili che lascia per arruolarsi come volontario nella prima guerra mondiale. Ferito, è congedato con medaglia d'argento al valore militare; riprende quindi gli studi e si diploma.
Nel 1921 torna in Argentina, a Rosario di Santa Fè e inizia la sua attività di scultore nella bottega di scultura del padre. Apre poi un proprio studio a Rosario. Tra il 1925 e il 1927 vince alcuni concorsi e realizza, tra gli altri, il monumento a Juana Blanco.
Torna a Milano nel 1928 per iscriversi, come allievo di Adolfo Wildt, al 1° corso dell'Accademia di Brera: a fine anno è promosso al 4° corso. Partecipa intanto a esposizioni e concorsi in Italia, in Spagna e in Argentina. Nel 1930 conosce Teresita Rasini che diventerà sua moglie. Spaziando tra figurativo e astratto, la sua scultura, sia in terracotta sia in gesso, con o senza colore, diventa più libera e personale. In quegli anni, importantissimi per la sua ricerca artistica, sempre più riconosciuta dai maggiori critici, da Argan a Belli, Persico, Morosini, partecipa alla Triennale di Milano, alla Biennale di Venezia, alla Quadriennale di Roma; espone più volte alla Galleria del Milione, inizia l'attività di ceramista ad Albisola e, nel 1937, alla Manifattura di Sèvres dove realizza alcune sculture di piccolo formato che espone, e vende, a Parigi. Intensa, già in questo periodo, la sua attività con gli architetti più all'avanguardia.
All'inizio del 1940 parte per Buenos Aires, dove si stabilisce, lavora intensamente e vince vari concorsi di scultura. Professore di modellato alla Scuola di Belle Arti, nel 1946 organizza con altri una scuola d'arte privata: l'Accademia di Altamira che diventa un importante centro di promozione culturale. È proprio qui che, in contatto con giovani artisti e intellettuali, elabora le teorie di ricerca artistica che portano alla pubblicazione del Manifiesto Blanco.
Rientrato a Milano nell'aprile del 1947, Fontana fonda il "Movimento spaziale" e, con altri artisti e intellettuali, pubblica il Primo Manifesto dello Spazialismo. Riprende l'attività di ceramista ad Albisola e la collaborazione con gli architetti. L'anno seguente vede l'uscita del Secondo Manifesto dello Spazialismo. Nel 1949 espone alla Galleria del Naviglio l'Ambiente spaziale a luce nera suscitando al tempo stesso grande entusiasmo e scalpore.
Nello stesso anno nasce la sua invenzione più originale quando, forse spinto dalla sua origine di scultore, alla ricerca di una terza dimensione realizza i primi quadri forando le tele.
Continua a essere invitato alle Biennali di Venezia, alle Triennali di Milano. Nel 1950 esce il terzo manifesto spaziale Proposta per un regolamento. Nel 1951, alla IX Triennale, dove per primo usa il neon come forma d'arte, legge il suo Manifesto tecnico dello Spazialismo. Partecipa poi al concorso indetto per la Quinta Porta del Duomo di Milano vincendolo ex-aequo con Minguzzi nel 1952. Nello stesso anno firma con altri artisti il Manifesto del Movimento Spaziale per la Televisione ed espone per la prima volta in modo compiuto le sue opere spaziali alla Galleria del Naviglio di Milano. Scatenando di nuovo entusiasmo e sgomento, oltre a forarle, Fontana dipinge ora le tele, vi applica colore, inchiostri, pastelli, collages, lustrini, frammenti di vetro. È ormai noto e apprezzato anche all'estero. Nel 1957, in una serie di opere in carta telata, oltre ai buchi e ai graffiti appaiono, appena accennati, i tagli ai quali arriverà compiutamente l'anno successivo: dalle tele a più tagli colorate a velature a quelle monocrome intitolate Concetto spaziale, Attesa. Mostre e partecipazioni a manifestazioni internazionali si susseguono a ritmo sempre più intenso: i musei, le gallerie e i collezionisti più sensibili acquistano le sue opere. Uomo di grande generosità, sempre pronto, anche quando materialmente non ne aveva ancora la possibilità, ad aiutare i giovani artisti, Fontana li incoraggia, ne acquista le opere, fa loro dono delle sue anche se, nella maggior parte dei casi, sa che saranno subito vendute.
In quegli anni Fontana realizza, oltre a sculture in ferro su gambo, una serie di opere in terracotta, note come Nature: sorta di sfere su cui interviene con larghi squarci o ferite a taglio; continua anche a eseguire lavori in ceramica di grande e di piccolo formato e a collaborare con i maggiori architetti per opere di environment, denominate Ambiente spaziale, in cui impiega la luce come elemento innovativo, secondo una tecnica ripresa poi da altri artisti.
Negli anni '60, di ritorno da New York, Fontana, ispirato dalle luci della città, realizza una serie di opere su lastre di metallo. Si dedica poi a una serie di dipinti ovali, a olio, tutti dello stesso formato, monocromi e costellati di buchi, di squarci, a volte cosparsi di lustrini, che chiama Fine di Dio. Lo stesso tema si ritrova, nel 1967, in una serie di ellissi in legno laccato a colori squillanti, pezzi unici realizzati su suo disegno. Tra il 1964 e il 1966 inventa i Teatrini: cornici in legno sagomato e laccato che racchiudono tele monocrome forate. Non abbandona però i "tagli", cui rimane fedele sino all'ultimo, e nel 1966, per la sua sala bianca, con tele bianche segnate da un solo taglio verticale, la giuria internazionale della XXXIII Biennale di Venezia gli assegna il primo premio per la pittura.
Lasciata Milano e trasferitosi a Comabbio, paese d'origine della sua famiglia di cui aveva restaurato la vecchia casa colonica, muore il 7 settembre 1968.
Nel 1982 Teresita Rasini Fontana, moglie dell'artista dà vita alla Fondazione Lucio Fontana. Ancora oggi la Fondazione costituisce una delle iniziative meglio gestite nel campo della valorizzazione e della tutela del lavoro di un artista.
La presenza di opere di Fontana nelle collezioni permanenti di più di cento musei di tutto il mondo sono un'ulteriore conferma dell'importanza della sua arte.