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La Triennale di Milano – Via Alemagna n.6 – Milano, giovedì 30 marzo 2017 - domenica 9 aprile 2017

30 \ Creval Art Galleries 1987-2017

A Visual Story

Sede: La Triennale di Milano – Via Alemagna n.6 – Milano

Durata mostra: 30 marzo – 9 aprile 2017

Inaugurazione: mercoledì 29 marzo h. 18.00 - La Triennale di Milano

Orari e ingressi: dal 30 marzo al 2 aprile h. 10.30 – 20.30, 3 aprile h. 11.00 – 18.00, 4 aprile h. 10.30 – 00.00, dal 5 al 9 aprile h. 10.30 – 22.00 - INGRESSO LIBERO

Informazioni al pubblico: Galleria Gruppo Credito Valtellinese - galleriearte@creval.it - www.creval.it

Ufficio Stampa:
Studio ESSECI – Sergio Campagnolo

tel. +39 049.663.499

info@studioesseci.net

 

 

Mostra prodotta e organizzata dalla

Fondazione Gruppo Credito Valtellinese


In occasione dei trent’anni dalla prima mostra al Refettorio delle Stelline (22 gennaio 1987: “Andy Warhol. The Last Supper”) inaugurata dall’icona della Pop Art con un’installazione site-specific dedicata al Cenacolo Vinciano, il Gruppo bancario Credito Valtellinese vuole raccontare il proprio impegno per l’arte contemporanea attraverso la ‘storia visiva’ delle oltre 200 esposizioni prodotte nelle sue cinque gallerie. Lo fa presentando “Creval Art Galleries. 1987-2017” al pubblico internazionale della Triennale Design Week che si terrà nello spazio ArtLab - uno scrigno di immagini e visioni compreso fra lo Scalone d’Onore e il Teatro dell’Arte della Triennale di Milano - nella decade in cui la città guarda, parla, respira design.

“A Visual Story” è il sottotitolo dell’esposizione, per la cura di Mario Piazza, che si concentra sul tema della narrazione per affrontare una duplice raccolta repertoriale attorno all’identità visiva delle Gallerie Creval: quella materiale, costituita da una selezione di 150 stampati fra poster, locandine, libri-oggetto, inviti e cataloghi tirati in proprio – o presso i principali editori internazionali – in trent’anni di esposizioni; quella virtuale, riprodotta in sala sotto forma di proiezione looping a scala ambientale, per illustrare al pubblico la traduzione spaziale degli stessi codici visivi.

Un binario parallelo, a dimostrazione dello stretto rapporto fra allestimento e catalogo, fra azione scenica e comunicazione e, in una parola, fra spazio della carta e spazio a tre dimensioni. Ciò in un dichiarato coinvolgimento con i veri protagonisti – gli artisti e i loro rappresentanti culturali – di un work in progress a quattro mani alla ricerca della coerenza fra il messaggio artistico e quello pubblicitario, ma anche, all’opposto, in direzione dell’’effetto sorpresa’ generato dalla decontestualizzazione espressiva e formale.

Spiccano, per la prima categoria, le collaborazioni dirette di Andy Warhol e del suo celebre gallerista Alexandre Iolas per la visual identity della citata mostra del 1987. Oppure quella di Sebastian Matta (1995) per l’impaginazione dell’immagine-icona di una mostra dall’enigmatico titolo aperto: “Etcetera Etcetera Etcetera”, seguita dal coordinamento grafico del Muzeum Sztuki di Łódź per il concept design di “Polentransport”, celebrata mostra monografica su Joseph Beuys. Sempre dalla metà degli anni ‘90 vediamo emergere la gabbia grafica upside/down per il manifesto di “Baselitz”, come ovvia conseguenza dei suoi ‘personaggi’ sempre rappresentati a testa in giù, e la copertina orfica di un Victor Brauner postumo, tramandata in un layout autografo di trent’anni prima e fedelmente ricostruita e ristampata. In tema di contrapposizione – fra identità espressiva dell’autore rappresentato in Galleria e identità visiva della campagna pubblicitaria ad esso collegata – si impongono invece il grande “NO” rosso in campo bianco per la retrospettiva su Mario Schifano del 2008, il revolver ferito e bendato di Maurice Henry del 2010, la copertina ‘fake’ per “Muybridge Recall” con due attori in marcia - smartphone alla mano e skateboard al piede – inseriti fra le celebri crono-sequenze del fotografo inglese.

Sull’asse della timeline l’avvicendamento degli autori di questa ‘visual story’, siano essi grafici, artisti o curatori, si è svolta all’ombra di Warhol – antesignano e capostipite dell’intera progenie – che in quel 1987 dirigeva il celebrato magazine “Warhol’s Interview”, per proseguire con il rigore formale dell’ufficio grafico di Leonardo Mondadori per i primi cataloghi coordinati da Philippe Daverio (fino al 1992), con l’eterogeneità iconografica di Donatella Volonté e Massimo Negri dell’agenzia Kriterìon (per le pubblicazioni edite da Mazzotta fino al 1995) e dallo ‘stile elvetico’ di Marcello Francone, art director di Skira nella seconda metà degli anni ‘90, quando ai cataloghi delle Stelline era riservata una collana specifica.

Dai primi anni Zero la ‘corporate’ delle ormai cinque gallerie – Milano, Sondrio, Firenze, Acireale, Fano – è sviluppata da una struttura di produzione interna alla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese (con il design di Leo Guerra e il coordinamento di Cristina Quadrio Curzio) ma aperta verso l’esterno. Di qui le numerose consulenze su progetti di immagine coordinata per enti museali e fondazioni di diritto pubblico in Italia e all’estero rappresentate in mostra attraverso i frammenti di un progetto in stretta continuità col passato e concepiti per i nuovi media.

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