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Sondrio, giovedì 9 maggio 2019 - venerdì 5 luglio 2019

FRÜHLICHT – LUCE PRIMEVA

Il mito delle Alpi tra Romanticismo e Misticismo

Sede: Galleria Credito Valtellinese - Piazza Quadrivio, 8 – Sondrio

Durata mostra: 9 maggio – 5 luglio 2019

Inaugurazione: mercoledì 8 maggio, ore 18.30 Sala dei Balli – Palazzo Sertoli

Orari e ingressi: da martedì a venerdì h. 9.00 – 12.00 / 15.00 – 18.00. Sabato h. 9.00 12.00. Chiuso domenica e lunedì. INGRESSO LIBERO

Informazioni al pubblico: galleriearte@creval.it - www.creval.it / premoli.raffaella@creval.it - tel. 02.80.63.74.03 / licata.filippo@creval.it - tel. 335 7433496

Mostra prodotta e organizzata dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese

Subito dopo essere state trasformate, dalla follia della Prima Guerra Mondiale, nel “sudario d’Europa” (secondo la macabra definizione di Ernst Bloch) le Alpi ritornavano ad essere – per una breve ma fertile stagione – al centro di molteplici interessi che intersecavano letteratura, geologia, misticismo e architettura.
Esauritosi l’afflato romantico che descriveva la montagna quale paesaggio culturale, emozionale e mistico, nella seconda metà del XIX l’avvento dell’alpinismo e del “turismo” sanatoriale trasformavano le Alpi, secondo la fortunata definizione di Leslie Stephen, nel “playground of Europe”. Il comprensorio alpino era così destinato a trasformarsi in una propaggine più o meno articolata degli agglomerati urbani in pianura: la pratica degli sport invernali si trasformava da svago elitario a fenomeno di massa, e la costruzione di nuove infrastrutture ad uso turistico andava ad innescare un traumatico processo di autoorganizzazione dello spazio alpino.
Soltanto alcuni intellettuali si mostravano scettici – quando non apertamente critici – rispetto a questo cambiamento epocale: celebre l’intervento del critico d’arte John Ruskin contro l’alpinismo ad uso turistico e puramente ricreativo, che a suo avviso andava a profanare la sacralità delle “cattedrali della Terra” e minacciava già allora di compromettere irrimediabilmente il fragile ecosistema alpino. Evidentemente meno ideologico ma certamente più misticheggiante, il pensiero dello scrittore austriaco Adalbert Stilfter -  chiaramente esplicitato racconto Cristallo di rocca (1853) – interpreta il paesaggio montano attraverso il labile confine fenomenologico tra spirito e materia, dove il cristallo, nel suo aspetto minerale, accoglie l’innocenza dell’uomo sotto il segno di una perfezione cromatica e strutturale mai algida e minacciosa ma, al contrario, rassicurante, pur nella sua perfezione immobile.
Questo concetto veniva ripreso nel 1919 dall’architetto e urbanista tedesco Bruno Taut (1880-1938) il quale, nell’opera Alpine Architektur, immaginava un orizzonte progettuale ove bellezza naturale e artificiale si fondevano l’un l’altra, dando forma ad una città del futuro smaterializzata nelle forme trasparenti del cristallo e tutta percorsa dal fremito di arpe eoliche, inserite armoniosamente nel contesto architettonico. All’indomani della Grande Guerra, Taut si interrogava sulle reali necessità dell’abitare, chiedendosi se “la preoccupazione dell’utilità ci ha resi più felici”; considerando che “coltello e forchetta, ferrovie e WC, e anche (…) cannoni, bombe, apparati di morte” avevano condotto i suoi contemporanei a vivere un’esistenza insignificante, priva di prospettive elevate, e a morire di noiosa morte. Un Romanticismo misticheggiante avvolgeva in quegli anni i vagabondaggi teorici di Taut che, in una serie di stupefacenti disegni, indugia sulla morfologia di laghi prealpini e valli dolomitiche, rendendoli astratti e iridescenti come perle grezze, anzi cristalli. Rifuggendo da un’Europa ancora grondante sangue e dolore, Taut indicava nelle montagne un luogo sicuro e consolatorio per sfuggire alle bruttezze del mondo: dal rifugio in montagna alla montagna come rifugio, egli considerava le Alpi esse stesse delle architetture. Il vetro diventava così il principale elemento costitutivo di questi edifici incastonati morfologicamente nel tessuto montano, nei quali non necessariamente la forma seguiva la funzione, ma dove al contrario l’utile doveva essere il meno visibile possibile. Anticamente si pensava che il cristallo “crescesse” come un essere vivente, e le montagne stesse fossero sorte e propagate come per gemmazione: Taut riprende questa credenza atavica in un famoso disegno dove immagina dei picchi montuosi “sbocciati” di cristalli, i quali appaiono singolarmente prossimi alle architetture “sognate” della Città di Smeraldo del mago di OZ, o del Mont Saint Michel in Normandia.
Questi vasti ambienti architettonici - delle vere e proprie cattedrali di cristallo che forse sarebbero piaciute a Ruskin -  sfumavano senza soluzione di continuità nelle grotte e nelle dorsali alpine, suggerendo un ordine cosmico essenziale che riverberava quello degli astri e delle sfere celesti.

La mostra, articolata come di consueto negli spazi ‘al rustico’ della Galleria Credito Valtellinese di Palazzo Sertoli, propone una selezione di dipinti provenienti dalle collezioni Creval sul tema delle Alpi. Il periodo individuato è quello contemporaneo a Taut, tra la fine del XIX e gli albori del “secolo breve”, e tra gli autori selezionati appaiono nomi di primo piano del paesaggismo alpino, tra cui Compton, Arnegger e Longoni. L’inizio del percorso espositivo è invece siglato dalla presenza iconica e simbolica del bronzo di Arturo Martini, Maternità della montagna, del 1935, sempre proveniente dalle collezioni d’arte della Banca.

Alla distribuzione ferma e calibrata dei dipinti e della plastica, l’allestimento si compone e integra con interventi video site-specific, in grado di conferire alla visita l’apporto dinamico di un flusso ininterrotto di immagini, suoni, lampi visivi, cornici tecnologiche rétro, sperimentazioni ottiche, in grado di istituire un rapporto di contrapposizione dialettica con le opere, obliterandone alternativamente la superficie e il perimetro esterno, sino alla creazione di uno spazio scenico sensoriale ed avvolgente.
Il percorso sarà infine arricchito dall’esposizione di un Cristallo di Rocca proveniente dal Dosso dei Cristalli (Lanzada, Valmalenco) ritrovato nel 1974 e da un Granato Andradite (varietà Demantoide) ritrovato nel 1970 nella Miniera di Acquanera, entrambi gentilmente concessi da “La Pietra s.n.c” di Sondrio.

La mostra sarà accompagnata da una presentazione critica in catalogo a cura di Roberto Borghi.

Al periodo espositivo è associato un programma di workshop esteso agli istituti del Distretto scolastico della provincia di Sondrio che ha visto un primo workshop venerdì 29 marzo in occasione del IV Festival della Cultura Creativa – ABI, avente ad oggetto l’accesso under construction all’allestimento della mostra – con l’intera narrazione del complesso di attività necessarie al montaggio tecnologico e materiale di “Frühlicht”, mentre gli educational successivi si misureranno sulla capacità interpretativa degli studenti attorno ai disegni di Bruno Taut nel progetto Alpine Architektur. Esito del ‘tutorial’ sarà la selezione e la concreta esposizione in Galleria dei migliori elaborati prodotti dagli studenti nell’ambito della mostra e fino alla sua conclusione.

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