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Chiareggio, giovedì 12 luglio 2018 - domenica 2 settembre 2018

Dalla "Mineraria" alla Grande Valle

Le stagioni fotografiche di Mario Pelosi

Sede: Spazio “La Truna”, Piazzetta Beato Nicolò Rusca - Chiareggio (So)

Durata mostra: 13 luglio – 9 settembre 2018

Inaugurazione: giovedì 12 luglio 2018 ore 18,30

Orari e ingressi: tutti i giorni h. 24 - INGRESSO LIBERO

Informazioni al pubblico: APT Chiesa in Valmalenco: 0342.451.150 \ Associazione Amici di Chiareggio: 349.750.43.96

 

Una mostra prodotta dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese

con l’Archivio Mario Pelosi di Sondrio e l’Associazione Amici di Chiareggio


L’estate di Chiareggio si apre con una mostra fotografica in 50 scatti dell’autore sondriese Mario Pelosi (1927–2014), per lunghi anni amministratore della Società Mineraria Valtellinese con autentica passione per la montagna e per la fotografia di natura paesaggistica e antropologica.

Come recita il titolo, l’esposizione si avvale di una sequenza di piccole stampe – quasi dei ‘provini a contatto’ – per illustrare il rapporto fra l’uomo e il proprio ruolo all’interno di una compagnia estrattiva di primaria importanza nel panorama malenco e valtellinese, essendo la Mineraria una delle prime imprese attive nel settore dell’estrazione e della lavorazione del talco dalle cave di Tornadri e di Torre Santa Maria, verso la centrale di distribuzione di Sondrio (fino agli anni ’60) e poi di Berbenno (ancor oggi attiva e in continuo ampliamento).

Del talco e della sua trasformazione Pelosi racconta il sistematico e ordinato accumularsi in sacchi di juta, la presenza dei mezzi (ancora) a trazione animale, gli impianti funicolari e i carrelli da cava in tunnel, in uso fino a quando la società, ampliati i propri orizzonti commerciali, occuperà la sede cittadina progettata da Ugo Martinola in chiaro stile ‘littorio’, con padiglioni e corpi di fabbrica avvolti da un suggestivo candore purista – suggerito dall’evidenza abbagliante del minerale – che il fotografo rende in tutta la sua risultante luministica, in un superbo bianconero.

Dopo questa breve introduzione in tema di fotografia industriale, la mostra si offre al visitatore con il racconto della trasformazione della vita contadina, pastorale e d’alpeggio, a cavallo fra l’immediato dopoguerra e il decennio del boom economico.

Lo spazio allungato e ‘grottesco’ della Truna di Chiareggio si dispone così per l’allestimento di 30 fotografie medio-formato in bianconero e 20 a colori - montate su pannelli sospesi nel vuoto grazie a un ben congegnato sistema di funi e contrappesi – dove gli uomini, il lavoro, le mandrie, la semina, il raccolto e, in una parola, i rituali sacri e pagani della vita millenaria dei nostri contadini, si misura con l’intromissione di nuove pratiche, nuovi linguaggi, nuovi stili di vita tesi alla trasformazione del paesaggio rurale, domestico e simbolico.

E’ così che il povero giaciglio in pagliericcio sul quale riposa un anziano pastore in una baita a Scilironi, è sovrastato da un’improvvisata testiera col marchio di un famoso gelato industriale; è così che al tradizionale meccanismo a rotazione manuale della zangola per la preparazione del burro d’alpe, si sostituisce il motore di uno scooter dismesso, opportunamente adattato.

Le fotografie sono ordinate secondo i temi e le titolazioni che Mario Pelosi conferì al suo archivio, rigorosamente custodito in faldoni in cartone nero assoluto: lo stesso che si offre come passe-partout a cornice delle foto nell’adattamento allestitivo di Chiareggio, sapientemente conservato dalle figlie che attualmente curano l’intera raccolta.

Fra i titoli ricordiamo: ‘La Fienagione’, con immagini dedicate alla raccolta del fieno e dello strame nei maggenghi d’alta quota; ‘Gli spaventapasseri’ a illustrazione dei mostruosi e traballanti pretoriani a presidio della campagna di fondovalle; ‘ Il Mallero’, ciclo dedicato alla varietà dei paesaggi che si susseguono lungo il tragitto del torrente fino alla foce abduana; ‘L’inverno’, lettura poetica del paesaggio ibernato delle golene di fondovalle nei giorni della merla; ‘Genti delle Alpi’, infine, come affresco corale e appassionato dell’ultima generazione di pastori alle prese con la vita di maggengo e con i suoi arcaismi.

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